Certe volte, se resti aggrappato a qualcosa, riesci ad essere fortunato ed avere la giusta occasione per lavorare al montaggio di un film pazzesco.

Deve averlo pensato anche il montatore Jon Harris, quando gli è stato proposto di lavorare al montaggio di “127 ore” dal produttore Christian Colson, nel momento in cui Chris Dickens, montatore di “The Millionaire” non era disponibile a lavorare nel prossimo film di Danny Boyle.

Il film è andato molto bene, acclamato dal pubblico e dalla critica, nominato agli Oscar per il montaggio e ritenuto un’ottima prova per il regista e per l’attore principale James Franco.

Come costruire un montaggio bidimensionale

Il duro lavoro per Harris è stato quello di mantenere lo spettatore concentrato per tutto il film, dato che la storia parla della sopravvivenza di un personaggio solitario caduto nel cratere di una montagna.

Per questo motivo, l’uso dei flashback e dei pensieri del protagonista riempiono la durata della storia del film, ma rappresentano una sfida non da poco per il montatore. Harris si è sentito molto tranquillo, perché era tutto nella sceneggiatura, ma l’operazione di montaggio doveva rendere tutto organico, in modo che i flashback si sposassero perfettamente con il girato principale, e nel frattempo sperimentare molto.

Usare la stereoscopia per il montaggio de Lo Hobbit. Come ci sono riusciti?

Il fatto che sia stato in forse la sua partecipazione al film, ha reso più emozionante la sua preparazione e l’approccio con il film. Si è trovato infatti benissimo con Boyle, nonostante il regista ami il caos e l’improvvisazione, e che non aveva un’idea particolarmente rigida di come sarebbe stato il risultato finale.

Un timore però il regista l’aveva: quello di rendere tutto troppo ripetitivo. Scena in caverna, poi flashback, poi di nuovo caverna e così via, rischiando che il pubblico capisse in anticipo quando ci sarebbe stato l’uno e l’altro. La soluzione è stata trovata insieme al montatore in sala di montaggio: alcuni flashback sono stati realizzati in modo tale che il protagonista vivi per metà nel ricordo, ma per metà nella caverna, fondendo le due realtà il più possibile, in modo da trovarsi in bilico fra una dimensione dentro e fuori la testa del protagonista.

Il lavoro tecnico più duro è stato però, oltre alla grande quantità di filmati registrati, quello sui tagli di montaggio. Le riprese erano infatti sempre molto fluide, e ricchi di piani sequenza. Immagina che la macchina da presa segua James Franco per 20 minuti. All’interno del take ci saranno diversi campi e piani, oltre che a cambi di fuoco. La ripresa poi non si ferma mai nello stesso punto.

Una scena sgradevole sotto la lente del montaggio nel film “12 Anni schiavo”

I raccordi quindi sono stati complicatissimi, ma ad aiutarlo c’era un particolare che non cambiava mai: la mano del protagonista bloccata sotto la roccia. Nonostante i problemi di continuità, si è lavorati in CGI e con un supporto magnifico come Avid Media Composer, che ha reso tutto più semplice. In questo modo e con la tecnica di Harris, il montaggio è stato molto simile ad un lavoro su un documentario, ma anche i cosiddetti “jump cut” non venivano mai letti come tali, proprio per non rovinare la fluidità delle riprese.

La seconda sfida, più emozionale, era quella di sorprendere il pubblico perché conosceva già il finale (la storia è tratta da un fatto realmente accaduto). Durante il montaggio, il problema è stato risolto usando lo stratagemma di tirare fuori il coltello “incriminato” un paio di volte nel film, sperando che il pubblico sobbalzi e si rilassi un paio di volte, dimenticandosi poi nel finale di quello che già sanno.

L’approccio del montatore insieme a Boyle è stato quello di spingersi per vedere dove si poteva arrivare, e poi lasciare il campo al sentimento personale e l’iniziativa. È stato davvero un successo, visti i risultati.

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