Negli ultimi dieci anni, Lee Smith ha lavorato al montaggio dei film di Christopher Nolan, mentre il regista scalava le vette più alte di Hollywood, con “Batman Begins”, “The Prestige”, “The Dark Knight”, “Inception” e “The Dark Knight Rises”.

Con “Interstellar”, il loro passo è cambiato e i due hanno lavorato con un nuovo e stimolante approccio.

Venendo da una famiglia australiana profondamente coinvolto nel mondo del cinema, Smith ha iniziato la sua carriera lavorando nel suono. Nel regno del montaggio, si è fatto le ossa in film di genere come “The Howling III” e “Robocop 2” e ben presto ha iniziato una collaborazione con Peter Weir su titoli come “Fearless”, “The Truman Show” e “Master and Commander: Sfida ai confini del mondo” (per il quale ha ottenuto la sua prima nomination all’Oscar).

Mentre lavorava a Hollywood per “Master and commander”, a Smith hanno chiesto se fosse interessato ad incontrare Nolan, che era appena stato assunto per filmare il riavvio del franchising di Batman alla Warner Bros.

Il resto, come si suol dire, è storia, e un sacco di capelli grigi in più, stando alle numerose interviste on line sulla collaborazione fra i due.

Il loro rapporto infatti si è rinforzato negli ultimi dieci anni. Come regista, dice, è stato piuttosto sorprendente fin dal principio, perché la sua memoria del girato è impressionante.

Mentre i due lavorano, Nolan si ricorda nella sua testa tutte le angolazioni della macchina da presa: va da sé che tutto questo è molto utile quando si sta lavorando su decine di km di pellicola.

Quello che però ha impressionato maggiormente il montatore è sicuramente l’approccio del regista alla novità: adattandosi ai cambiamenti, se vede sullo schermo qualcosa che non è stato concepito come voleva lui, si rallegra comunque di vedere qualcosa realizzato in un altro modo. In questo senso, la fiducia nel montatore è massima, e costruita in anni di lavoro.

Una delle caratteristiche più positive riscontrate appunto con il passare degli anni è soprattutto la fiducia che allo stesso tempo il regista ha saputo conquistarsi, grazie ai suoi successi: un film ambizioso come “Inception”, non sarebbe mai stato approvato da uno studio di Hollywood, neanche con il famigerato ‘semaforo verde’, dice il montatore.

Il montaggio di Interstellar

Quando si è trattato di Interstellar, Lee Smith è salito a bordo appena letta la sceneggiatura.

Il tempo, anche qui, gioca un ruolo fondamentale. Fare un film con la struttura del tempo non lineare è affascinante, secondo Smith, e la loro passione è comune: anche Interstellar era stato immaginato e scritto, proprio come si vede sullo schermo.

Rispetto alle precedenti collaborazioni, il film ha un diverso ritmo, non accelerato. È certamente molto più rapido di un “2001: Odissea nello spazio” (per fare un paragone abbastanza vicino come genere/tematiche) ma è molto più lento di altri film nei quali i due hanno lavorato, dove solitamente la necessità era quella di ‘stringere’ il film.

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Il risultato è stato quello di rendere il film meno ritmato e coinvolgente, ed era la preoccupazione verso la risposta del pubblico.

Rispetto a Batman, il rischio era quello di non incantare e intrattenere, e la sfida è stata raccolta da Smith, che ha puntato sempre a non rendere troppo complesso il film.

Interstellar infatti gioca su più trame, più livelli temporali e spaziali: per questo motivo, un ritmo più frenetico avrebbe reso il film incomprensibile: l’obiettivo era agganciare il pubblico per tutta la lunghezza del film.

Alcune scene particolari hanno portato anche particolari difficoltà.

Se la scena dell’attracco è quella che ti viene in mente per prima, non ci siamo: Smith dice di essere stato invece più sopraffatto dall’espulsione finale del personaggio di Matthew McConaughey dalla sua nave spaziale, con “un sacco di luci lampeggianti” e molti molti tagli che rendevano estremamente difficile l’ottenere il giusto effetto.

In questo senso lavorare con un software incredibile come Avid Media Composer, ha facilitato le cose.

Al fine di realizzare l’aspetto e il ritmo del film, è stata stretta un’ampia collaborazione con altri artisti.

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Smith, Nolan, il supervisore degli effetti visivi Paul Franklin e il direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema si sono incontrati tutti i giorni per discutere lo stato di avanzamento delle riprese, e costruire il look del film.

Questa collaborazione, secondo Smith, ha avuto l’atmosfera del cinema ‘vecchia scuola’, e sebbene Nolan fosse un maestro per catturare tutto il possibile con la macchina da presa, tutti sapevano benissimo che si sarebbero dovuti appoggiare massicciamente sulla CGI.

Smith ricorda la sequenza del pianeta d’acqua come una scena particolarmente importante, con importanti effetti visivi che hanno richiesto una collaborazione strettissima con Franklin, e un chiaro ‘salto della fiducia’.

I due infatti hanno lavorato a stretto contatto, ma la scena dell’onda gigantesca ha richiesto l’impiego full del solo Franklin: quel particolare effetto, dice Smith, è la madre di tutti gli effetti visivi.

In conclusione, Interstellar rappresenta anche un pezzo di cuore per il montatore: da piccolo sognava sempre di poter fare l’astronauta, e il film per lui parla anche della speranza futura per l’uomo di continuare a sopravvivere, e ciò mette davvero voglia di fare film del genere.

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