Ne “Il Primo Re il protolatino è stata scelta come lingua di recitazione per le (poche a quanto sembra) scene in cui appaiono dei dialoghi. Cosa ha portato il regista Matteo Rovere  a questa scelta stilistica? Come influirà sul pubblico la necessità di affidarsi ai sottotitoli durante la proiezione di una pellicola di produzione italiana? Vediamo cosa ne pensa la critica.

Il Primo Re in Protolatino: perché?

Con ben 8 milioni di euro come budget per la produzione italo-belga, Il Primo Re si preannuncia un vero e proprio colossal il cui obiettivo è quello di narrare la leggenda della fondazione capitolina, rivisitata in un carattere più emotivo-realistico.

Per enfatizzare l’accuratezza storica il regista Matteo Rovere, ha quindi deciso di inserire ne “Il Primo Re” il protolatino come lingua in cui saranno recitati i dialoghi. Si tratta naturalmente di una scelta coraggiosa, giustificata, oltre che da una ricercata qualità artistica, anche probabilmente dall’esigua quantità di scene parlate che sembrano essere presenti nel film.

Come per pellicole già note come “La Passione di Cristo” di Mel Gibson infatti, il film sarà per lo più di movimento, scarno di dialoghi, e non a caso anche nel film appena citato erano state scelte lingue antiche.

Come si è giunti al Protolatino nel Primo Re?

Il latino è una lingua che, come le altre, ha subito un’evoluzione consistente nei secoli, quello letterario che siamo abituati a conoscere e studiare infatti è solo la forma finale di una lingua molto più antica. Quello del film però, nonostante sia stato scelto per ricreare una sorta di “accuratezza storica” non è precisamente ciò che si parlava all’epoca dei fatti narrati.

Il regista ha infatti rivelato che il latino arcaico, da cui ha tratto ispirazione, era talmente antico che di esso vi è a malapena qualche traccia. Quindi per ricreare una lingua adatta al Primo Re, ha chiesto aiuto ad importanti semiologi dell’Università La Sapienza di Roma, i quali hanno essenzialmente ripreso alcune regole sintattiche da lingue indo-europee dell’epoca mischiandole a ciò che si conosce del latino arcaico.

Una scelta che riteniamo più che coraggiosa per il regista italiano, ma voi cosa ne pensate?